Il manifesto sviluppista di Alesina e Giavazzi (art. 8 incluso)

Le economie occidentali, parola del direttore del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, sono entrate “in un circolo vizioso”, e i rischi per la stabilità finanziaria “sono cresciuti significativamente”. La crisi attraversa quindi una nuova fase, nella quale la principale organizzazione economica internazionale invita a “fare fronte comune”. Non solo: “Le economie avanzate hanno bisogno di piani credibili per ridurre il debito pubblico tenendo presente che consolidamenti dei conti troppo veloci possono danneggiare la ripresa economica”.
17 SET 11
Ultimo aggiornamento: 13:38 | 9 AGO 20
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Si inizia con la pars destruens: “L’aggiustamento fiscale poggia quasi esclusivamente su aumenti delle tasse piuttosto che su tagli alla spesa”. Ancora: “La manovra non include misure pro crescita – dalle deregolamentazioni alle privatizzazioni – che la Bce ha invocato come componente fondamentale di un’inversione della politica economica”. Due criticità già sottolineate, a dire il vero, da altri analisti italiani.
La novità dell’intervento è soprattutto nel riconoscimento che almeno “due componenti della nuova legislazione avrebbero potuto migliorare la qualità complessiva della manovra”, ma “sfortunatamente sono state diluite”. Il riferimento è al discusso disegno di legge delega per riformare il sistema fiscale, non ancora dettagliato dall’esecutivo, ma soprattutto alla “norma che consente a datori di lavoro e lavoratori di firmare contratti aziendali in deroga ai contratti nazionali e, entro certi limiti, in deroga alle leggi sul lavoro”. Si parla insomma dell’articolo 8 della manovra che ha attirato su di sé gli strali della Cgil, che ha spinto il Pd a chiederne l’abrogazione e che – a onor del vero – è stato accolto con una certa freddezza anche dai grandi giornali dell’establishment che pure si erano svenati (d’inchiostro) nel chiedere “riforme strutturali” che riguardassero anche il mercato del lavoro. La norma in questione – è il punto di vista dei due economisti – comporterebbe effettivamente una sostanziale liberalizzazione del mercato del lavoro, come suggerito tra l’altro dalle istituzioni comunitarie. Non a caso ieri la Banca centrale europea (Bce), nel suo bollettino mensile, ha ribadito che “per incrementare la competitività”, “promuovere la flessibilità delle rispettive economie” e “migliorare il potenziale di crescita a medio-lungo termine”, le “riforme del mercato del lavoro sono un elemento chiave”. Si tratta in particolare, sostiene l’Istituto di Francoforte, di dedicare attenzione “all’attuazione di misure che promuovano la flessibilità salariale. Occorre soprattutto rimuovere i meccanismi di indicizzazione automatica delle retribuzioni e rafforzare gli accordi a livello di impresa, in modo da potere adeguare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle imprese”. Che è poi quanto previsto dall’articolo 8 della manovra.
E per Alesina e Giavazzi il problema non sarebbe nemmeno, come sostenuto da alcuni, il fatto che l’esecutivo abbia unito in un unico decreto norme pro crescita e provvedimenti che riguardano i conti pubblici, quanto piuttosto l’aver “diluito” la norma sulla contrattazione aziendale soltanto per andare incontro ai sindacati. La formulazione originaria dell’articolo 8 è stata infatti modificata lievemente dal governo prima della discussione parlamentare, come richiesto dai maggiori sindacati, e così “i nuovi contratti a livello aziendale non possono essere negoziati liberamente da datori di lavoro e lavoratori – sostengono i due economisti – ma richiederanno il coinvolgimento dei sindacati nazionali”. La critica insomma è tutt’al più di stampo classicamente liberista, e finora nessuno dei grandi quotidiani – incluso il Corriere della Sera su cui Alesina e Giavazzi scrivono – si era spinto a tanto per sostenere il federalismo contrattuale, sul modello delle intese “alla Marchionne” raggiunte dall’ad di Fiat nei singoli stabilimenti e approvate dai lavoratori, come nel caso di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco. Accordi che ieri sono stati difesi anche dal tribunale di Torino presso il quale aveva fatto ricorso la Fiom: “Non esiste alcun divieto legale alla stipula di simili tipi di contratto”, ha scritto il giudice Vincenzo Ciocchetti, motivando la sentenza su Fabbrica Italia di Pomigliano. Intesa auspicabile (per la Bce) e ora pure legittima (per il giudice).